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Archeologia

Beni Culturali: Guaitoli, "la perdita del patrimonio costa un punto percentuale del Pil"

Secondo il Cnr dai due terzi alla quasi totalitą dei giacimenti archeologici italiani non sono censiti, e sono migliaia quelli compromessi da, scavi clandestini e fenomeni naturali. Eppure č un settore che "muoverebbe un indotto notevole"
Redazione/TB - 15/06/2012
Titolo: La morte di Locoonte', di Agesandro, Atanodoro e Polidoro, I secolo d.C.
Fonte: Immagine dal web
"La perdita del patrimonio culturale ci costa circa un punto percentuale del Pil, calcolando il solo valore economico e non quello culturale, incalcolabile. Se adeguatamente conosciuto, conservato e tutelato, tale bene è una fonte inesauribile di reddito, in grado di muovere un indotto notevole in numerosi settori". Così Marcello Guaitoli, ricercatore dell'Istituto per i beni archeologici e monumentali del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibam-Cnr) e docente presso l'università del Salento, ha spiegato la situazone relativa alla gestione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico italiano che, oggi, non gode proprio di buona salute. "I beni archeologici presenti sul nostro territorio - ha aggiungiunto - mediamente sono conosciuti solo per il 10 per cento, anche per questo molti di essi rischiano una sistematica distruzione a causa di lavori agricoli, di urbanizzazione, scavi clandestini e fenomeni naturali".

È quando emerge dai dati raccolti dal Sistema informativo territoriale (Sit) attraverso le ricognizioni in sito condotte in Lazio e Puglia dal Cnr in collaborazione con le università di Roma 'La Sapienza', Siena, Napoli e della Tuscia e con le strutture centrali e periferiche del ministero per i Beni e le attività culturali. Dallo studio viene fuori che le ricchezze archeologiche non censite e rilevate grazie all'indagine scientifica condotta dal Sit mediante metodologie e tecnologie innovative nei territori di Lazio e Puglia, vanno da un minimo del 67 per cento (Taranto) a un massimo del 94 per cento (Neviano in provincia di Lecce), a dimostrazione che il nostro suolo è uno scrigno di reperti di valore inestimabile quasi totalmente sconosciuti.

Un vero e proprio Sos quello lanciato dal Sit che parte dal territorio del Salento, dove le rilevazioni e la raccolta dei dati sono state effettuate dal Laboratorio di Topografia Antica e Fotogrammetria dell'Università del Salento - Dipartimento di Beni Culturali: "Nel territorio di Taranto - ha spiegato Guaitoli che è anche direttore del Laboratorio -, su un totale di 1.190 siti, ben 859 sono noti grazie alla ricognizione a tappeto, mentre le aree sottoposte a vincolo sono appena 8, quelle archiviate della Soprintendenza 63 e 331 quelle note dalla bibliografia, 44 delle quali sono scomparsa. Nulla in confronto a Ruvo, dove il 99 per cento dei siti segnalati non esiste più". "Nel Salento le evidenze scoperte grazie alla ricerca - ha commentato - sono il 77 per cento, pari a 3.166 sul totale delle 3.931 conosciute, a Capo Santa Maria di Leuca, 1.001 su 1.092. Il caso limite è Neviano, dove solo il 6 per cento delle aree archeologiche è presente in bibliografia".
 

Ma secondo i dati del Sit, la situazione appare altrettanto critica anche nel Lazio: "Nel territorio di Viterbo l'87 per cento del conosciuto, 2.158 presenze, è frutto della mappatura. Nell'area a nord-ovest di Roma sono stati rintracciati 3.183 siti, il 55 per cento dei quali prima sconosciuti - ha proseguito il ricercatore Ibam-Cnr-. E anche qui emerge il dato sconfortante dei molti luoghi di interesse citati in fonti scritte oggi scomparsi: esemplare la via Prenestina, dove solo 245 su 856 presenze archeologiche rilevate nel 1970 sono scampate alle opere di urbanizzazione".

In realtà la minaccia maggiore per il patrimonio culturale è costituita dai lavori agricoli, che incide nei danni da un minimo del 40 per cento (Neviano) fino all'87 per cento di Commenda (Vt); infrastrutture industriali e urbane, scavi clandestini e fenomeni naturali le altre cause. "Nel Salento sono state danneggiate 2.916 evidenze su 3.931; a nord ovest della Capitale 1.478 su 3.183; a Viterbo, 1.342 su 2.256 solo quelle compromesse dall'agricoltura".

"Il Sit mostra situazioni critiche diversificate: beni conosciuti e vincolati ma privi di tutela diretta, altri esistenti ma ignoti e di conseguenza anch'essi non protetti. Un contributo sostanziale alla loro salvaguardia si deve al monitoraggio aereo e terrestre condotto da più di dieci anni dal Comando carabinieri tutela patrimonio culturale in collaborazione con il Cnr". "Queste indagini - ha poi concluso Guaitoli - hanno contribuito in modo sensibile alla repressione e alla riduzione degli interventi dolosi e permesso di scoprire un numero elevatissimo di evidenze sconosciute, in alcuni casi di rilevanza assoluta".

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