Royale' Creative

facebook twitter

Architettura

Fuksas e Bonito Oliva: il dialogo è un'opera arte

La lectio magistralis dell'architetto e del critico nella facoltà di architettura di Roma diviene l'occasione per spezzare la superficialità della vita odierna e discutere profondamente di architettura, creatività e libertà seguendo le emozioni.
Francesco Amorosino - 29/04/2011
Titolo: Il progetto della "nuvola" di Massimiliano Fuksas
Lo scorso 20 aprile, probabilmente, nessuno si sarebbe aspettato ciò che è accaduto nell'Aula Magna della facoltà di Architettura di Valle Giulia a Roma. Una danza di parole, idee e creatività ha saturato l'aria, e concetti come arte e architettura, linguaggio e pensiero, funzione e forma hanno intessuto relazioni inaspettate, spezzando per una volta le barriere dell'accademismo superficiale, dei discorsi già ascoltati, per scendere nel profondo, toccando quelle corde dell'anima che raramente osiamo sfiorare.



Massimiliano Fuksas e Achille Bonito Oliva sono due pesi massimi di quello che, proprio quest'ultimo, ha definito 'il sistema dell'arte'. Il primo è forse l'architetto più visionario del nostro Paese, capace di concepire, ad esempio, un progetto ambizioso come la famosa Nuvola, il centro congressi in costruzione nel quartiere degli edifici nati durante il Fascismo, l'Eur di Roma. Il secondo è il più celebre critico d'arte vivente italiano, la cui opinione, condivisibile o meno, dà sempre lo spunto per riflessioni interessanti. Ad accomunarli, oltre a un'amicizia di lunga data, la fama di essere scontrosi ed egocentrici, ma a ben vedere è difficile incontrare un creativo di cui non si dica la stessa cosa. La ruvidezza è dettata dalle tante idee, impegni, richieste e responsabilità cui sono sottoposti, l'egocentrismo, quando è sano, è la naturale conseguenza della fiducia in se stessi e nel mondo, dell'ottimismo, ed è una forma di ispirazione per chi lo respira.



L'incontro tra Titani ha avuto come arena proprio Valle Giulia per una lectio magistralis diventata una vera conversazione appassionante e intensa che ha colmato di nuove domande, più che di risposte, tutti coloro che hanno avuto la fortuna e la pazienza di seguirla fino alla fine. E si sa che è molto più importante avere una buona quantità delle prime per ottenere anche solo un paio delle seconde. Non sono mancati i reciproci complimenti, come le reciproche punzecchiature, ma soprattutto Bonito Oliva e Fuksas hanno dimostrato che i creativi di oggi devono essere interdisciplinari e che siano fotografi, architetti, artisti, critici o scrittori, devono avere la capacità e il desiderio di conoscere e di scoprire tutto.



Proprio questo concetto è stato il punto di partenza del discorso di Fuksas parlando di Bonito Oliva: "Achille ha inventato un modo diverso di fare il critico, ma anche di essere artista, è uno che fa parte della creazione, del processo creativo. A proposito della Nuvola è accaduto che mentre la progettavo, un po' sorpreso da quello che stavamo facendo ho detto: 'Bisogna chiamare una sola persona, Achille'. Lui è venuto e ha visto il modello, i plastici, qualche immagine, qualche schizzo, e allora non ho avuto più bisogno di farlo vedere a nessun altro. Siamo andati avanti. Una volta Achille ha scritto in un dialogo tra Bonito e Oliva e questo sdoppiamento tra spettatore e autore è un gioco che dura da anni e forse tornerà con voi e con altri mondi".

Mostrando alcuni disegni inediti, più dei quadri astratti che dei progetti concreti, Fuksas ha spiegato le basi della sua poetica architettonica: "Un giorno Jean Nouvel (noto architetto n.d.r.) mi chiese: 'Perché non sei più figurativo?' A me? Figurativo? Io sono legato al concettuale. Mi piace pensare che la tensione degli edifici deve dare emozione. Come nel caso della grande sala concerti Zenith di Strasburgo: prendi due ovali e li ruoti finché non ti danno emozione. L'architettura in realtà è fatta di piccoli gesti. La Nuvola nasce dai frattali, da una riflessione sulla fisica quantistica che ho iniziato a partire dagli anni Novanta, e da un'emozione".



Spunto dell'incontro è stata la pubblicazione del libro 'Arte e le teorie di turno. Omaggio ad Achille Bonito Oliva', curato da Paolo Balmas e Angelo Capasso e pubblicato da Electa, che contiene vari saggi legati alla lunga carriera del critico italiano. È stato proprio lui il grande mattatore dell'incontro, capace, però, non di parlare di se stesso, come altri fanno fin troppo, ma di porsi e porre una domanda senza tempo. "Nel libro – ha raccontato - si parla di tanti compagni di strada e si può desumere che io non sono indisciplinato ma indisciplinare, ho sempre lavorato sullo sconfinamento, sul chiedersi cosa sia l'arte".



"Baudelaire – ha continuato – diceva che l'arte è la domenica della vita, ha a che fare con la festa, e la festa è quel luogo che sconvolge le dimensioni del quotidiano, c'è un'inversione e una sottrazione dell'ordine costituito. L'arte è caos intelligente, è un metodo attraverso il quale l'artista o l'architetto 'dimentica a memoria' le intenzioni, finanche la committenza. In Fuksas, ad esempio, c'è una gestualità che però è dominata anche dalla consapevolezza. La pittura, diceva Leonardo da Vinci, 'è cosa mentale' e l'architettura lo è ancor di più, soprattutto in Italia visto che – ha ironizzato - ci sono pause anche molto lunghe nel costruire e quindi prima di vedere un edificio compiuto lo si ha solo nella propria mente".



Interessante anche il discorso sui fruitori dell'arte e sul pubblico italiano: "In realtà non esiste la morte dell'arte come avevano preconizzato Hegel o Argan, forse c'è la morte del pubblico. Oggi siamo dominati da un trend che io chiamo 'peronismo mediatico' che tende a svuotare di ogni contenuto anche la politica. Questo è il tempo dell'irrilevanza, della superficie, della perdita di progettualità della politica che diviene manutenzione, diviene performativa e autoreferenziale e qui le arti contemporanee hanno una funzione salutare: quella di massaggiare il muscolo atrofizzato della sensibilità collettiva, atrofizzato dal sedativo mediatico. L'arte restituisce complessità, dà profondità. Certo, si può partire dalla superficie, e Warhol ce l'ha dimostrato, è il Raffaello della società del consumo, ma dietro la superficie c'è sempre una sorta di pulsione nitchiana".



Quello che Bonito Oliva auspica è una coesistenza virtuosa di estetica ed etica, equilibrando la funzione e la forma: "Come diceva Leon Battista Alberti, 'l'arte è una forma di autodifesa per l'uomo'. Sono linguaggi come quello di Fuksas che reintroducono l'idea di 'progetto dolce', non è la superbia delle avanguardie, di chi pensava di risolvere le antinomie della Storia partendo da una ideologia. L'idea che la Storia si evolva verso il meglio è stata smentita dalle ideologie e l'arte è stata profetica. Nei disegni di Fuksas si vede che c'è un'operazione completa: c'è il corpo, ma la geometria non è quella della linea retta, il progetto è segno di una resistenza morale. La resistenza di un critico è da camera, è circoscritta, ma l'architettura ha un impatto diverso. Massimiliano stigmatizza l'uso manicheo del termine 'funzione' assegnato all'architettura. C'è un bilanciamento".



"Nel Rinascimento – ha continuato - c'era una grande fiducia nella storia, nell'arte antropocentrica, fiducia nella ragione, ma i canoni sono stati superati e oggi è diventata problematica la nozione di bellezza che non coincide più con la geometria euclidea. All'uomo, però, è rimasto il bisogno di creare e di tendere alla bellezza, forse effimera, momentanea, ma Baudelaire dice che 'la bellezza è una promessa di felicità' e la bellezza è la ricerca del lato ermafrodito che c'è in noi. Questo è l'aspetto odierno dell'arte e dell'architettura: prima bisogna azzerare, come diceva Nietche 'per creare bisogna distruggere', e poi ecco che nascono nuovi progetti. A volte Fuksas può sembrare puro edonismo manuale, ma nei disegni si vede che la mano è già come una casa che contiene dentro la possibilità di attuare il progetto".



Scendendo poi nello specifico del progetto di Fuksas, Bonito Oliva è riuscito a gettare luce sui dubbi che circondano un edificio così ambizioso: "Quando ho visto il progetto della Nuvola ho avuto uno shock estetico e ho capito benissimo perché era importante quella Nuvola all'Eur, un quartiere di archeologia architettonica legato a un'ideologia ma dove prevaleva la geometria della linea retta. Con una nuvola lui ha introdotto il perturbante, ha concretizzato il concetto di tempo. Goethe aveva detto che la forma dell'arte è la forma della nuvola, intesa come sospetto di una forma in trasformazione che si vaporizza nello spazio e nel tempo e accudisce un'architettura circondata dall'ottimismo granitico del Ventennio. Ecco che si fa politica nel senso più bello recuperando la dialettica".



Il grande valore della Nuvola, dunque, è quello di inserirsi in un ambiente già fortemente connotato senza annullarlo come fanno altri 'Archistar', nomignolo che designa quegli architetti divenuti, chi giustamente, chi meno, molto famosi. "Molti architetti di oggi – ha raccontato il critico - hanno lavorato sul principio di contaminazione e destrutturazione e bisogna riconoscere che hanno portato l'interdisciplinarietà dentro l'architettura. Però alcuni Archistar sono divenuti autoreferenziali e performativi e le loro costruzioni sono come gadget sovrapposti a un territorio. Quando ho visto la Nuvola ho capito subito che Massimiliano avrebbe vinto. Qui non ci si astrae dal territorio, vi si entra senza farsi assorbire, è un ossimoro architettonico, una nuvola incorporata che libera delle forze, e considerando che Massimiliano ha previsto l'ospitalità di opere d'arte nella struttura, ecco la dialettica, ecco il confronto". Poi Bonito Oliva ha voluto sottolineare che "Fuksas prima ha fatto vedere una sua scultura e questo è ammirevole: questa disinibizione ha prodotto una generazione culturale che è capace di lavorare a tutto campo perché antropologicamente siamo protagonisti di una storia che abbiamo capito. Abbiamo compreso il concetto di tempo".



E poi, in conclusione, il critico ha dato la sua idea di arte, cui ognuno di noi può affiancare la sua: "C'è profonda e sana amoralità nella nuova architettura e nella nuova critica: come l'arte non hanno bisogno di correre ai ripari. L'arte è una domanda sul mondo, non è una risposta, ha ragione Fuksas a dire che non può essere ricattato dalla funzione degli edifici, perché la sua funzione è flessibile, nasce da una forma che ha alle spalle il calore, la gestualità. Al concetto di utopia, di non luogo, che ha segnato il glorioso fallimento delle avanguardie, si contrappone un'arte che non chiede un presente, non vuole collocarsi, e mentre la critica processa il passato, ecco il concetto di distopia, la sovrapposizione di un'altra realtà a una realtà precedente che non si può cancellare. Fuksas non ha sgombrato l'Eur, ma si è sovrapposto con un'icona di un'epoca storica. La distopia ha un realismo politico che le avanguardie storiche non si permettevano di avere perché ricattate da un tratto troppo ideologico".



In definitiva, "l'arte ha la necessità di essere inutile perché si fa una domanda, ma noi con la nostra superbia intellettuale non possiamo prevedere il tipo di abitanti, di lettori, di spettatori di ciò che realizziamo. Solo la società libera può rispettare l'esistenza dell'arte e non coartarla con una committenza che diviene ordine linguistico precostituito. Io non credo alla censura. Il tempo è come il 'Bolero' di Ravel: non finisce mai di finire. Il tempo, inizialmente con il manierismo e poi con il Barocco e fino ad oggi, è il tiranno positivo che aiuta e sostiene gli artisti. Chiudo con Ippocrate: 'L'arte è lunga e la vita è breve' ".

bullet hover email hover menu arrow