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Musei

Esposta nelle hall degli alberghi: così l'arte dimenticata esce dagli scantinati dei musei italiani

La proposta è del Consorzio Culturalia di Federculture e sembra destinata a ridisegnare la gestione del patrimonio culturale italiano chiuso da anni nei magazzini e difficile da censire. Philippe Daverio: "Con le dovute garanzie è un'idea praticabile"
Francesca Nanni - 22/12/2014
Titolo: Deposito Musei Civici di Pesaro
Fonte: multimedia.quotidiano.net
Resta spesso chiuso per decenni nell’oscurità dei depositi museali, accatastato tra polvere e ragnatele. Lo chiamano “patrimonio artistico invisibile”, centinaia di opere d’arte difficili da vedere (anche se negli ultimi anni qualche struttura ha reso accessibile al pubblico il proprio deposito, ndr),a rischio di conservazione, ma soprattutto da censire e controllare, di cui spesso si  perde la tracciabilità a causa di furti. Così, per cercare di far tornare alla luce del sole questo immenso tesoro sotterraneo, il Consorzio Culturalia di Federculture ha avanzato nei giorni scorsi la proposta di offrire in comodato d'uso agli alberghi italiani opere e beni culturali che giacciono inutilizzati negli scantinati dei musei.

"Troppe volte gli scantinati dei musei sono pieni di opere d'arte che potrebbero essere tranquillamente ospitate all'interno di una hall nei 34mila alberghi italiani - ha sottolineato il presidente di Culturalia, Bernabò Bocca - dove transitano migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo che vorrebbero apprezzare quanto il nostro Paese è in grado di offrire". Una proposta che sta già facendo discutere e che, qualora venisse realizzata, cambierebbe la visione della gestione del patrimonio culturale italiano. La mancata responsabilità per gli amministratori e i direttori dei musei, infatti, unita a qualche lacuna nel sistema normativo, non consente attualmente molta flessibilità, ad esempio, nella ricerca e nell’applicazione di un modello più adatto  per la valorizzazione delle opere d’arte in ogni forma.

PHILIPPE DAVERIO: "L'IDEA È PRATICABILE!". "Io credo che con le dovute garanzie e precauzioni, questa sia un'idea praticabile". La proposta di Culturalia trova il consenso del critico d’arte e conduttore televisivo Philippe Daverio che alla stampa ha spiegato come “un bene archeologico, custodito ad esempio in un museo del Mezzogiorno, se venisse esposto - ovviamente in modo ben protetto, quindi in una teca - possa essere di richiamo”. “Se poi ad esempio, accanto a questa teca viene anche messo un depliant del museo da cui proviene quell'oggetto - aggiunge Daverio -  perché no, anche attraverso una App scaricabile che racconti l'opera, possa essere ancora più interessante". Quanto alle polemiche alimentate da quanti non sono d’accordo, Daverio risponde così: “Ci sono due scuole di pensiero: quella giacobina, alla quale appartengo io, secondo cui le opere d'arte appartengono a tutti; e c'è quella borbonica, conservatrice, di destra, secondo cu le opere non appartengono ai cittadini ma a loro stessi, e per questo le difendono". “Il patrimonio culturale - ha precisato il critico d’arte - appartiene a tutti. Bisogna uscire dalla sudditanza, dobbiamo far sì che i cittadini non siano più sudditi".

PATRIMONIO ARTISTICO INVISIBILE, UN TESORO DIFFICILE DA CENSIRE. Quello delle opere d’arte che giacciono nei magazzini museali è un tesoro pressoché difficile da registrare. Nell’impossibilità di reperire numeri certi, da alcuni giornali si apprende che nonostante il Ministero dei Beni e Attività culturali (MiBAC) abbia cercato di stimare nel tempo questo “patrimonio dimenticato”, di fatto non esiste ad oggi una catalogazione definitiva. Nel 2006 l’Istat  aveva avviato un’indagine dalla quale venne furi che “su 370 musei non statali il 30 per cento esponeva non più della metà dei beni conservati e solo il 56,8 per cento più di tre quarti del patrimonio disponibile”. Inoltre, “il 46,4 per cento non aveva alcuna forma d'inventario dei beni e collezioni non esposte e solo il 20 per cento aveva digitalizzato i capolavori esposti”.

IL CASO DEGLI UFFIZI: ESPOSTO SOLO IL 44% DELLE OPERE POSSEDUTE. Quello della Galleria degli Uffizi di Firenze è un caso emblematico. I dati fanno notare, infatti, che su una superficie totale di 6mila metri quadri e 55 sale, le opere esposte siano 1.835 contro le 2.300 chiuse nei depositi. “E’ visibile in pratica il 44 per cento, peggio del Louvre che espone il 60 per cento delle sue opere, ma meglio dell'Hermitage che espone solo il 7 per cento, del Guggenheim di New York con l'8 per cento, del Prado di Madrid con il 9 per cento e del British Museum di Londra con il 10 per cento, stimarono gli studiosi Guido Candela e Antonello Scorcu nel 2004”.

IL TESORO RUBATO: IL TRAFFICO ILLECITO D'ARTE. È considerato il terzo mercato criminale più fruttuoso degli ultimi anni, con profitti a livello mondiale stimati intorno agli 8 miliardi di euro. Il traffico  illecito di opere d’arte è una lunghissima catena criminale che va dal furto, alla falsificazione, fino all’impiego dei cosiddetti “tombaroli”, ovvero coloro che effettuano abusivamente scavi archeologici per poi vendere quanto trovato al mercato clandestino. Dall'attività del Comando Carabinieri Tutela Ppatrimonio Culturale (TPC) e della Guardia di Finanza, sappiamo che in quarant'anni, dal 1969 al 2009, sono stati trafugati da chiese, musei, abitazioni private e altri siti circa un milione di beni. Negli ultimi venti anni, inoltre, furti e falsificazioni hanno registrato una diminuzione, a fronte di un'intensificazione delle attività investigative. Un calo record dei furti è avvenuto a partire dal 2007, tale da far segnare una netta inversione di tendenza: nel 2007, ad esempio, i furti ammontavano a 1.085, nel 2008 a 1.031, nel 2009 a 882. Una piaga a livello internazionale che si avvale di Internet, dove è più facile alimentare questo business dietro il quale si cela sempre di più la mano della criminalità organizzata. 
 

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