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Correnti artistiche

Filippo Minelli: "In Italia è difficile far emergere giovani talenti"

Esegue, insoliti interventi creativi urbani in molte città sparse per il mondo, legando il suo modo di lavorare all'uso della parola, attraverso graffiti, installazioni o semplici disegni, inseriti in un contesto cittadino.
Francesco Amorosino - 31/03/2009
Fonte: www.filippominelli.com
Le tracce di Filippo Minelli, giovane artista bresciano, si incontrano dalle campagne del Nord Italia alle grandi città europee, dal sud America all'Africa, nel bel mezzo dell'Himalaya in atmosfere buddiste e nella storica Kathmandu, negli slums del sud est asiatico passando per il muro di separazione fra Israele e Palestina.

La sua ricerca l'ha indotto a interrogarsi sul ruolo della città contemporanea e sulle relazioni fra il nuovo ecosistema urbano e l'individuo e oggi le sue opere sono pubbicate sulle più autorevoli riviste d'arte e design d'avanguardia.

Come sei arrivato alle parole semplici, ai messaggi immediati?
"Ho iniziato con i graffiti trasizionali, sia su treni che su muri, poi, però, ho cominciato ad acquistare sensibilità riguardo al messaggio e ai luoghi dove disegnare. I graffiti sono presenti ovunque in modo ossessivo, invece bisogna comunicare in maniera migliore. È un'evoluzione naturale. Volevo legare parole e contesto e studiare l'uso della parola per suscitare emozione e ragionamenti".

In genere nell'artista di strada c'è una certa dose di esibizionismo. Tu, invece, crei delle opere in luoghi lontani dalla gente, come "Sound", parola scritta con spray nero su un campo di grano:
"Quella vuole essere una provocazione: ormai faccio opere parecchio staccate dal concetto di graffito tradizionale. Oggi si fanno tante chiacchierare intorno agli street artist, ma nessuno ha ancora capito che in realtà si tratta per il 90 per cento di persone ancora legate ai graffiti e che spesso riempiono le città di stencil e sticker senza significato. 
Dipingere in campagna, quindi, è uno sfottò. Spesso si disegna su un muro tanto per farlo, senza motivo, mentre ci sono tanti posti in cui si potrebbe intervenire senza problemi, più interessanti di una parete scrostata in centro a Milano. La scelta della location è la metà del lavoro, perché non è il proprio ego, il proprio nome, a essere importante, ma serve quel tocco che dà un perché. I graffiti a me hanno insegnato molto, ma possono essere un punto di partenza, non di arrivo". 

Tu hai saputo portare le tue opere in luoghi difficili come l'Africa o la Palestina. Come sono nate queste esperienze e quale impatto hanno avuto?
"Sono partito dall'Italia via terra per andare in Francia, Spagna, Marocco e arrivare in Mauritania. Lì c'è una baia con navi abbandonate, sequestrate a causa della corruzione degli ufficiali e poi lasciate lì. Ci sono ragazzini che le smontano per poter vendere il metallo. Io su una delle navi ho tracciato una grande scritta: 'Democracy'. Dopo cinque giorni c'è stato un colpo di Stato nella capitale, poi per fortuna finito bene. Era surreale, però, pensare alla nave smontata dai ragazzi che portano via pezzi di democrazia". 

E in Palestina? 
"Lì ci sono stato nel 2007, ero in viaggio in Medioriente e mi sono fermato una ventina di giorni in questa zona davvero stupenda. Allora ho deciso di fare questa scritta, forse la prima con un'attitudine 'nerd': sul muro che divide la Palestina da Israele ho scritto 'Ctrl + Alt + Delete', la serie di comandi che sul computer serve per bloccare il sistema operativo per vedere quale programma si sia impallato e cercare di risolvere la situazione. Mi sembrava una scritta che funzionava molto bene, perché al di là delle considerazioni politiche su chi ha ragione in quel contesto, il dato di fatto è che ci sono due popoli incasinati e quello che mi interessava era dare un messaggio che andasse bene per entrambe le parti, per capire quali processi stiano andando a buon fine e quali no. 

Hai avuto qualche problema per questo?
"In realtà è successo un casino, perché alcuni ragazzi palestinesi si sono avvicinati troppo la muro per vedere cosa stessi facendo, allora è arrivata una jeep dell'esercito e si sono messi a sparare mentre i ragazzi lanciavano pietre. Io mi sono nascosto. È stata la prima volta che ho visto un conflitto armato". 

Come ti organizzi quando devi viaggiare così tanto?
“Ho un contratto con un mercante d'arte: dipingo quadri per lui e uso quello che guadagno per viaggiare e fare i progetti che mi interessano di più. Ho iniziato a vendere quadri due anni e mezzo fa e sono riuscito a creare questo sistema e avere un lavoro”. 

Non è di certo facile vivere d'arte in Italia. Come ci sei arrivato?
"Io ho sempre dipinto, fin dal liceo, poi sono andato all'accademia di Brera. Quando negli anni scorsi è esloso il fenomeno dei graffiti e i grandi galleristi si sono interessati di più a questa forma d'arte io sono stato scelto da Sgarbi su internet per una serie di mostre. Da lì è iniziato tutto, mi sono trovato nel posto giusto al momento giusto. Prima venivo pubblicato più all'estero che in Italia, è solo da un anno che sono conosciuto anche qui. Il problema è che con la ricchezza del patrimonio italiano è difficile far emergere nuovi artisti. Lo Stato non investe, l'unica risorsa sono in collezionisti privati. Servirebbe più voglia di slancio". 

Adesso a cosa stai lavorando?
"Per ora sto dipingendo, sono in un momento di cambiamento: prima inserivo sulla tela scritte in un mio ambiente insieme a oggetti che si ricollegavano ai miei viaggi. Ora mi sto avvicinando a composizioni di scritte che sembrano quadri astratti. Da un approccio pittorico frenetico ora cerco un rigore estetico personale. Mi sento davvero crescere”. 

E il prossimo viaggio?
"Sto lavorando a un nuovo grande progetto sulle bandiere da sventolare in tutto il mondo. Si tratterà di scritte che saranno tracciate su bandiere per dare il senso della storia degli Stati e della globalizzazione. Le prime due bandiere le ho fatte tessere in Mongolia: una è stata sventolata sui tetti della capitale, la seconda, invece, a Pechino, nei piccoli vicoli intorno a piazza Tien An Men. Come continuerà il progetto dipenderà anche dalle risorse economiche. La cosa importante è non arrendersi e trovare qualcuno che crede davvero in ciò che fai".

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