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Fotografia

INTERVISTA - Steve McCurry: "Raccontando il lavoro dietro le immagini svelo la loro storia"

La grande raccolta 'Le storie dietro le fotografie' edita da Electa racchiude trent'anni di lavoro ed esperienze del grande fotografo americano. "Un'immagine - dice - deve portare con sé emozione, deve essere in grado di trasportarci da qualche parte"
Laura Elisa Sirtoli (*) - 07/11/2013
Il suo primo reportage gli è valso la Robert Capa Gold Medal, uno dei premi più prestigiosi al mondo, conferito ai fotografi più coraggiosi e intraprendenti. Steve McCurry: sessantatré anni, la consapevolezza di essere uno dei più grandi fotoreporter contemporanei e una lunghissima lista di premi vinti. Eppure, questa star del mondo della fotografia è una persona incredibilmente cordiale e disponibile. Lo abbiamo incontrato nel salottino di un albergo di Milano, con una grande vetrata affacciata sulle strade della città ancora sonnacchiosa: una cornice ideale per chi ama osservare il mondo e raccontarlo attraverso le immagini. L'occasione è la presentazione del volume 'Le storie dietro le fotografie', edito da Electa, uno sguardo senza precedenti dietro le quinte del suo lavoro. Un documentario e un racconto su 14 fotoreportage, realizzati in tutto il mondo nel corso della sua lunga carriera, in cui ogni storia è illustrata da appunti, immagini, ritratti, mappe, articoli di giornali e oggetti molti dei quali mai visti, provenienti dall'archivio personale del reporter:

Partendo dall’inizio, come è nata l'idea di questo libro, ovvero di raccontare come hanno visto la luce alcune delle sue fotografie più famose?
"Mi è sembrato interessante far conoscere i processi che portano alla creazione delle fotografie, i tempi necessari, il contesto, le storie che ci sono dietro. Scoprire le circostanze in cui sono state scattate e in quali situazioni si è trovato il fotografo aiuta a comprenderle".

Lei pensa che raccontare come nascono le fotografie possa essere come svelare il trucco di un mago oppure che, al contrario, conoscere il lavoro che c’è dietro le arricchisca di significato?
"Non è esattamente come per un mago, perché non ci sono segreti. Prendiamo per esempio i miei scatti sui monsoni: nel libro si viene a sapere per quale motivo li ho fatti, dove sono andato, quali problemi ho incontrato lungo la strada. Si capisce che non è un lavoro facile. Ho avuto a che fare con storie interessanti, a volte felici, a volte tristi, ma raccontando il lavoro che c'è dietro le immagini svelo un'altra dimensione di queste storie".

Un'immagine ferma un istante, ma in effetti porta con sé una lunga storia, come quelle raccontate in questo libro. Ma le fotografie stesse raccontano la sua vita: possono essere considerate una sua biografia?
"Sì, in un certo senso possono essere una mia biografia, rappresentano una parte delle mie esperienze”.

Quando ha deciso di abbandonare il suo lavoro a Philadelphia, come mai ha scelto di partire proprio per l'India?
"Quando avevo diciannove anni ho viaggiato in Europa per un anno, poi sono tornato a scuola. In seguito, un'estate ho visitato l'Africa e quella successiva l'America Centrale, il Messico. Quando ho deciso di iniziare la mia carriera ho pensato che non ero mai stato in Asia: quindi non c'è un motivo particolare per cui ho scelto proprio quella meta, era un nuovo luogo da conoscere".

Per quanto possa essere difficile scegliere, fra i suoi lavori di quale luogo o situazione conserva il ricordo più forte?
"Forse la Guerra del Golfo: i cammelli soffrivano in mezzo a tutto quel fumo e al fuoco. Quei poveri animali cercavano un modo per fuggire, cercavano acqua e cibo, ma non potevano trovarlo. Vederli era una sofferenza".

A proposito delle sue immagini dell'11 settembre: penso sia molto difficile avere la prontezza di scattare una fotografia in quelle circostanze. Come ci è riuscito e che cosa ha provato?
"È stata solo una reazione. Era tutto così terribile che l’unica cosa che potevo fare era fotografare, perché qualcuno doveva documentare quegli atti così malvagi. Così ho deciso di uscire dal mio studio e iniziare a scattare: ero totalmente incredulo".

Prendendo in considerazione il capitolo sull'Afghanistan: c'è stato un momento in cui la paura è stata più forte del desiderio di documentare quella realtà?
"Sì, molte volte. Sotto le bombe e gli spari il primo istinto è di proteggersi per sopravvivere, perché sai che puoi essere ucciso in qualunque momento: devi essere estremamente concentrato per fotografare e non devi ascoltare il tuo istinto che ti dice che sei in pericolo”.

Nel libro parla del suo secondo incontro con la ragazza afghana: ha scritto che provò sollievo e gioia nel ritrovarla, ma anche che fu spiacevolmente colpito dal suo aspetto. Che cosa vide e provò con precisione?
"Quando rivedi una persona dopo vent'anni trovi dei cambiamenti, è naturale e in teoria lo sai. Ero felice perché quella ragazza era viva e potevo incontrarla di nuovo, era una cosa fantastica. Però ho comunque provato sorpresa, perché me la ricordavo in un certo modo e invece al momento lei mi sembrava molto diversa. È un fatto che mi sarei dovuto aspettare, ormai aveva trent’anni".

Che cosa accade quando è alla ricerca di un'inquadratura? Capisce subito di aver trovato lo scatto giusto o a volte se ne rende conto solo quando rivede le fotografie?
"Entrambe le cose. A volte sai già mentre scatti che sei di fronte a qualcosa di forte impatto e grande emozione. Invece può capitare che una fotografia che pensi sia magnifica, si riveli non così di effetto o che, al contrario, fotografie scattate d'istinto e rapidamente diventino qualcosa di meraviglioso. In generale però, mentre stai lavorando, sai già quando quella determinata situazione si trasformerà in qualcosa di interessante".

Sa dirci in tre parole che cosa cerca quando scatta una fotografia? O quali sono gli elementi imprescindibili perché lei ritenga perfetto uno dei suoi scatti?
"Una fotografia deve portare con sé emozione, semplicità e deve avere una storia da raccontare, deve essere in grado di trasportarci da qualche parte".

Ora che questo libro è pronto, che impressione le fa vedere tanti anni di fotografie e di vita riuniti insieme?
"Non posso quasi crederci, non mi sembra vero di aver fatto tutto questo lavoro, perché sono tanti anni e tanti luoghi. È stato un grande e meraviglioso viaggio: ho ammirato ed esplorato il nostro fantastico pianeta, ho conosciuto persone e visto i cambiamenti. Averlo potuto fare è un grande dono". Un dono per Steve McCurry, che ha vissuto esperienze incredibili, e un dono per tutti coloro che, attraverso le sue fotografie, possono scoprire le mille sfaccettature del nostro mondo.

(*) Intervista curata da Laura Elisa Sirtoli per la casa editrice Electa

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